Giovedì, 18 Agosto 2005 - Sant'Elena, imperatrice  

LA VALNERINA
Frate Francesco d'Assisi e la Valnerina
Insediamenti Francescani duecenteschi in Valnerina
San Lazzaro del Valloncello
Visso
Norcia
San Benedetto da Norcia
Monte San Martino
Cascia
Ocosce
Monteleone di Spoleto
Vallo di Nera
Borgo Cerreto
Casteldilago
Montefranco: convento di San Bernardino da Siena
FRATE FRANCESCO E LA VALNERINA

FRATE FRANCESCO E LA VALNERINA

Frate Francesco in Valnerina

 

 

L arlo Bandini, riferendosi alla Valnerina, con gustosa iperbole scrive: «Chi sa quante volte (Francesco) - sospintovi da quel suo grande amore che il suo spirito sentiva per ogni manifestazione in cui si traduca in gloria di bellezza l’opera del Creatore - non avrà risalita anche con taluni dei compagni suoi, questa valle, che negli antichi documenti, con designazione poi attardatasi e tuttora in uso nel linguaggio popolare, è anche detta Valle di Narco. Pittoresca ed interessantissima valle, anzi svariata successione di piccole valli, che si dilungano in prati smeraldini, strette qua e là da balze imponenti. In una vicenda di magnifici e diversissimi quadri, appare comeun immenso “fiord” di verdura, nel quale, defluendo verso il Tevere, scorrono le ricche e preziose acque di questo fiume (Nera), limpidissime se anche leggermente opaline e quasi iridescenti. Corrono calme tra le ciliare file dei pioppi: solo a tratti insorgono rumorose all'urto di rocciosi sbarramenti, quasi per impaziente sfogo di quelle energie formidabili con cui daranno vita alle fiorenti industrie di Terni e di Narni. E lungo la Valle, disposte veramente a guardia, o appollaiate come falchi su alture dirupate, o vigilanti nel piano a sbarrare il cammino, sorgono, numerose e turrite, antiche castella, cinte di mura ferrigne e sospettose, ma tutte come devotamente raccolte intorno alle loro chiese medioevali le più consacrate da antichissime tradizioni e spesso avvalorate da interessanti cimeli pittorici primitivi. Tali Ferentillo, Scheggino, Sant’Anatolia, Castel San Felice, Arrone, Umbriano, Cerreto. E accanto ad esse (…) la famosa millenaria Abbazia di San Pietro di Ferentillo la Superga dei primi Duchi longobardi di Spoleto (…).

Ma non solo bellissima e pittoresca è questa valle, ma pur ricca di tradizioni religiose specialmente connesse alla immigrazione avvenutavi dalla Siria nei primi secoli Cristiani.

Chi sa quante volte Egli (Francesco) avrà preferito i sentieri di questa vallata solitaria e pur quasi selvaggiamente sorridente, nella quale tra le balze che con svariati profili vi giganteggiano, par che si esalti il trionfo di una volontà superiore, che moderatrice delle immani forze che sconvolsero e contorsero i poderosi strati delle rocce sembra che poi le abbia volute conformare ad una mirabile legge di vita e di armonia col rigoglio eterno di una gloria di verdura» (C. Bandini, L’Umbria e il suo Santo, Bologna 1927).

La Valnerina, stando alle fonti, fu lustrata dalla presenza di Francesco Moriconi di Pietro di Bernardone di Assisi, sin dalle sue prime missioni apostoliche.

Nell&rsquoestate-autunno del 1208, l’Apostolo umbro, ancora in “luna di miele” dopo la propria unione con “Madonna Povertà”, partì dalla città del Subasio, per raggiungere la Valle reatina (era trascorso solo qualche mese, infatti, dal memorabile 23 febbraio 1208, festa di San Mattia, giorno in cui il passo evangelico recitato dal celebrante nella appena restaurata chiesina della Porziuncola di Assisi, fece concepire a Francesco la prima idea di un proselitismo vivo ed operoso).

Percorso obbligato per chiunque dalla Valle spoletana avesse voluto raggiungere il reatino, era la bassa Valle del Nera e il lago di Piediluco (lago di Rieti). Da Assisi, scendendo verso il sud, Francesco, raggiunta Terni, risalì il tortuoso corso del fiume Nera in cui, maestosamente, si gettano le scintillanti Cascate delle Marmore. Quella montagna di acque vive di certo lo affascinò per un momento, ma non era venuto qui per godere la solitudine, doveva convertire Rieti, dove, secondo quanto aveva appreso, la gente volgeva al paganesimo a causa della dolcezza di quella felice Valle.

Lambiti i borghi di Collestatte, Torre Orsina, Casteldilago, Montefranco e Arrone, proseguendo il suo cammino, il Santo giunse nel piccolo villaggio di pescatori, limitrofo al mirabile lago e fuori dalle mura del castello di Luco, in prossimità di una cappellina posta sulla piccola altura denominata “Il Colle” (dove, forse proprio in quei giorni, sorse il primo “locus” minoritico) (vd. Piediluco).

E lì, dopo una altisonante e ammaliante predica rivolta ad un folto uditorio, trascinò nelle sue mistiche “maglie” un nobile del contado: Illuminato di Rocca Accarina, che diverrà uno dei suoi più fedeli compagni.

Piediluco (e conseguentemente la bassa Valnerina), stando alle cronache, fu ripetutamente visitata dal Santo assisiate

narra il Celano:

  • «Il beato Francesco diretto all’eremo di Greccio, traversava il lago di Rieti (lago di Piediluco) (...)» (II Cel., 167).
  • «(...) Un giorno, standosi egli (Francesco) in una barchetta nel porto del piccolo lago di Piediluco (...)» (I Cel., 61).
  • «Mentre un giorno il beato Francesco attraversava, su di una piccola barca, il lago di Rieti diretto verso l’eremo di Greccio (...)» (Cel., Trattato dei Miracoli, 23).
  • «Un’altra volta, sullo stesso lago (lago di Piediluco), viaggiando su di una barchetta, giunse al porto (...)»(Cel., Trattato dei Miracoli, 24).

Ribadisce San Bonaventura da Bagnoregio:

  • «Mentre (Francesco) faceva la traversata del lago di Rieti, per raggiungere l’eremo di Greccio (...)» (San Bonaventura, Leg. Maior, VIII, 8).
  • «Sempre mentre (Francesco) attraversava quel lago (lago di Piediluco), gli fu offerto un grosso pesce (...)»(San Bonaventura, Leg. Maior, VIII, 8).

Le cronache narrano due episodi verificatisi presso il lago di Piediluco, che dimostrano l’incondizionato amore dell’Apostolo umbro rivolto alle creature.

Il primo episodio ha come protagonisti Francesco ed un uccello; l’animale viene donato a Francesco da un devoto pescatore di Piediluco; il Santo invita il volatile ad andar via; l’animale invece non si vuole allontanare, anzi si stringe a lui teneramente, quasi a cercare protezione; il Poverello assisiate trae da ciò gioia e momenti contemplativi; infine l’animale si allontana all’ultimo invito di Francesco, corroborato dalla benedizione e dalla “licentia”. Narra il Celano: «Francesco stava attraversando su una piccola barca il lago di Rieti, diretto all’eremo di Greccio e un pescatore gli fece omaggio di un uccellino acquatico, perché se ne rallegrasse nel Signore. Il Padre lo prese con piacere e, aprendo le mani, lo invitò con bontà a volersene andare liberamente. Ma l’uccellino rifiutò, accovacciandosi nelle sue mani come dentro un nido. Il Santo rimase con gli occhi alzati in preghiera e poi, dopo lungo tempo, ritornato in se stesso come da lontano, gli ordinò di riprendere senza timore la libertà di prima. E l’uccellino, avuto il permesso con la benedizione, se ne volò via, dando col movimento del corpo segni di gioia» (II Cel., 167).

Il secondo episodio vede una tinca offerta al Santo assisiate da un devoto pescatore del luogo. Narra il Celanese: «(...) Un giorno, standosi egli (Francesco) in una barchetta nel porto del piccolo lago di Piediluco, un pescatore gli offrì con riverenza una tinca che aveva appena pescato egli accolse lietamente e premurosamente quel pesce, chiamandolo fratello, poi lo ripose nell’acqua fuori della barca e cominciò a lodare il nome del Signore. E per un po’ di tempo il pesce, giocando giulivo nell’acqua, non si allontanò, finché il Santo, finita la preghiera, non gli diede il permesso di partirsene» (I Cel., 61).

Gli episodi prodigiosi che, per la prima volta, appaiono nelle tre opere di Tommaso da Celano, successivamente confermati da San Bonaventura, debbono necessariamente essere fatti non costituiti, ma realmente accaduti: non va dimenticato che quando il Celanese scrive, molti &ldquocompagni” di Francesco - quelli che lui stesso amava definire i “Cavalieri della Tavola Rotonda” - sono ancora in vita!

 


Paolo Rossi
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